
L'Abruzzo Millenario negli scritti di Nino Chiocchio
intervista allo scrittore
Nino Chiocchio, ricercatore e scrittore di Cocullo, ci riceve nella sua casa-studio assieme alla sorella Giovanna (Vanna), sua valida collaboratrice. La conversazione, che si svolge in un clima di rievocazione storica e memoria critica dei luoghi, tra libri e documenti d'archivio, è l'occasione nella quale lo scrittore ci racconta della sua Cocullo.

Una vita dedicata alla memoria, ai riti e alla storia locale
Intervistatore
Buongiorno, Nino e Vanna. Grazie per aver accettato questo incontro. Nino, partiamo dall’inizio, dalla tua infanzia a Cocullo. Che paese era?
Nino
Era un paese che non aveva bisogno di supermercati. Non esistevano proprio. C’erano sei o sette botteghe e bastavano. Tutto quello che serviva si trovava lì. La vita era semplice, ma completa. Io facevo le scuole elementari qui a Cocullo. Mia madre era maestra ed io sono cresciuto praticamente dentro la scuola, passando da un’aula all’altra. A quattro anni già sapevo leggere e scrivere.
Intervistatore
La scrittura entra presto nella tua vita.
Nino
Sì, molto presto. Da bambino facevo già il giornalino scolastico. Scrivere per me era naturale. Era un modo per stare dentro le cose, per capirle.Nel 1956 è nata La Faretra, organo degli studenti cocullesi e dei paesi vicini. Viaggiavamo in treno, diventavamo amici. Era un modo per creare comunità, per far circolare idee. Gianni Letta si complimentò, disse che era bellissimo.
Intervistatore
Uno dei primi lavori è L’alba di Travetti – Il crepuscolo dei Travetti.
Nino
Sì. I “Travetti” sono gli impiegati. È il canto del cigno burocratico. È un libro legato a me, alla mia vita. Io ero impiegato e prendevo in giro me stesso. Racconta tutte le peripezie che attraversa un impiegato. Io però volevo fare il professore. Lettere, filosofia, latino, greco. Studiavo di notte. Mi svegliavano alle tre per fare le versioni. Ma c’era la guerra e c’erano le necessità familiari. Partecipai ad un concorso al Ministero della Pubblica Istruzione, non lo vinsi ed entrai nell'Amministrazione come impiegato amministrativo di gruppo B.
Intervistatore
Dove hai lavorato?
Nino
Prima sei anni a Chieti, poi a Roma per più di trent’anni. A Roma sono stato anche giudice popolare. Ricordo un processo molto duro: una donna che aveva bruciato il pagliericcio con i figli. Il marito tornava ubriaco tutte le sere. Il presidente voleva darle trent’anni. Io dissi che tre anni bastavano. E così fu.
Intervistatore
Parliamo della tua opera più conosciuta: "I Serpari a Cocullo". Cosa ti ha spinta a dedicare un intero saggio a questo rito e perché continua ad affascinare così tanto, oltre i confini locali?
Nino
Di quell'opera sono particolarmente orgoglioso. Il libro è del 1987. Avevo una quarantina d’anni. Lo presentai anche a Roma. Ma non nasce solo dai ricordi: nasce dalle ricerche. Io ho sempre fatto ricerche.Ho lavorato negli archivi della chiesa parrocchiale, poi a L’Aquila, a Sulmona e a Roma. Abbiamo copiato tutto a mano: battesimi, matrimoni, registri del Seicento, e in alcuni casi siamo risaliti anche al Cinquecento. Tutto scritto a mano. A volte, da una data, si capiva subito che il padre doveva appartenere al secolo precedente. E’ stato un lavoro lungo e paziente. Vedi, il rito dei serpari non è semplice folclore. È la sintesi vivente della nostra storia, un intreccio di fede cristiana e memorie pagane che affondano nel mondo dei Marsi. L'ho studiato e scritto perché vedevo il rischio che diventasse solo uno spettacolo per turisti, svuotato del suo significato più profondo. Affascina perché parla di un rapporto ancestrale tra l'uomo e la natura, del superamento della paura attraverso il sacro. A Cocullo, il serpente, simbolo del male e del pericolo, viene "addomesticato" e portato in processione: è una metafora potente della cultura contadina e pastorale che sapeva confrontarsi con le forze più oscure.
Intervistatore
Molti antropologi hanno studiato la festa dei Serpari. Tu però hai espresso delle critiche sul loro approccio.
Nino
Sì, perché parlano sempre di “cultura subalterna”. Io non sono un antropologo, ma secondo me sbagliano. Il rito di San Domenico nasce in un periodo in cui le religioni erano tutte accettate. Era un tempo di libertà religiosa. C’erano ancora i Normanni e le tradizioni pagane non venivano cancellate ma tollerate ed ammesse.L’errore è partire dall’idea che il popolo fosse ignorante. Prendono, per esempio, il miracolo del lupo come una favola. Ma quella è una metafora chiarissima. Non è superstizione: è linguaggio simbolico. Se non lo capisci, sbagli tutto.
Intervistatore
In questo contesto parli anche di movimenti religiosi come gli “Amici di Dio”.
Nino
Nascono nello stesso periodo, soprattutto al Nord. Erano rigorosi, volevano tornare a una religiosità più arcaica. Anche San Domenico era rigoroso. E poi c’è San Celestino V, che viene da questa terra. Questi collegamenti spesso non vengono considerati, ma sono fondamentali per capire il senso profondo dei riti.
Intervistatore
Dopo I Serpari arriva Dall’Ararat al Sagrato del Santuario. Un titolo impegnativo.
Nino
È un parallelismo. Dall’Ararat, cioè dalla mitologia dell’Arca, fino al rito moderno di Cocullo. La mitologia è fantasia, certo, ma quella fantasia si riflette nel rito di oggi. Il rito moderno ha dentro l’antico, anche quando non ce ne rendiamo conto.
Intervistatore
Nel tuo libro del 2005, "Storia, cronistoria e leggenda a Cocullo", citi una bella frase del poeta Patrice de la Tour du Pin: «I paesi che non hanno più leggenda saranno condannati a morire di freddo». La leggenda è ciò che "scalda" l'anima. Senza una narrazione condivisa che trascenda la pura realtà materiale o burocratica, una società diventa arida, meccanica e, appunto, fredda. Cosa significa oggi, per un borgo come Cocullo, custodire le leggende?
Nino
Significa preservare l'anima di un luogo. La storia ufficiale, coi suoi documenti, ci dà le ossa. Le leggende, i racconti orali, le superstizioni sono la carne e il sangue, ciò che rendeva unico il sentire della comunità. Senza di esse, un paese diventa un insieme di case vuote, perde la sua "temperatura" umana. Il mio lavoro cerca di tenere accesa questa fiamma, di mostrare che dietro a un nome di una contrada o a un'immagine sacra in una chiesetta, c'è un mondo di storie che spiegano chi eravamo.
Intervistatore
Nella tua rubrica "Pensieri in Libertà di un Ottuagenario" ho contato 135 brani che affrontano temi legati al territorio. Sono un compendio della storia e della memoria locale, molto ben documentato e piacevolissimo da leggere. Tra i tanti temi, mi ha incuriosito la storia dei Templari in Abruzzo, apparsa in 6 puntate della rubrica. Cosa ti ha attratto di questo soggetto e che legami hai trovato con il territorio della Valle del Sagittario?
Nino
L'Ordine del Tempio rappresenta un fascino universale, ma a me interessava indagare la loro presenza "concreta" qui da noi. Non erano solo cavalieri misteriosi, erano un potere economico e religioso che ha lasciato tracce. In Abruzzo, lungo i tratturi della transumanza che erano anche vie di pellegrinaggio, avevano possedimenti e mansioni. Studiare i Templari mi ha permesso di leggere il territorio con occhi diversi: alcune chiese rurali, la toponomastica di certi luoghi, persino la devozione a certi santi, potrebbero portare l'eco della loro presenza. È un tassello per comprendere la complessità storica della nostra Regione, crocevia di spiritualità, commerci e potere.
Intervistatore
Tu hai vissuto l'infanzia a Cocullo, poi ti sei trasferito a Roma. Questo "doppio sguardo", da dentro e da fuori, come ha influenzato la tua ricerca?
Nino
È stato fondamentale. Vivere a Roma mi ha dato accesso a biblioteche e archivi centrali, imparando il metodo della ricerca storica. Ma è la memoria dell'infanzia a Cocullo, gli odori, i suoni, le voci dei vecchi che raccontavano, che dà vita a quei documenti. Quando leggo un atto notarile del '600, io sento ancora la voce di mio nonno che mi parlava della stessa terra. Il rischio dello studioso di provincia è a volte l'eccessivo campanilismo; quello dello studioso distaccato invece è la freddezza. Io cerco una sintesi: il rigore della fonte e il calore della memoria.
Intervistatore
Parliamo di cambiamenti. Nelle tue riflessioni osservi le trasformazioni del paesaggio e della vita sociale. Qual è la perdita più grande che hai visto, e cosa, invece, resiste tenacemente?
Nino
La perdita più grande è quella della comunità basata sul lavoro condiviso. La vita contadina e pastorale, con tutti i suoi stenti, creava un legame sociale fortissimo, una rete di mutuo aiuto. Oggi quel mondo è scomparso. Quello che resiste, sorprendentemente, è proprio il rito. La festa di San Domenico, nonostante tutto, mantiene una sua autenticità. Non è più la stessa, certo, ma continua a essere un momento in cui la comunità si riconosce e si riunisce, attirando anche l'attenzione del mondo esterno. È come se in quel giorno, Cocullo tornasse per intero a sé stessa.
Intervistatore
Infine, una domanda personale. Tra tutte le figure storiche che hai incontrato nei tuoi studi con chi ti piacerebbe fare una lunga chiacchierata e perché?
Nino
(Sorride) Con una figura forse minore, ma per me emblematica: uno dei primi "serpari" anonimi. Non un santo o una contessa, ma un uomo comune che per primo ha avuto il coraggio (o la fede) di manipolare i serpenti e di legare quel gesto alla devozione. Gli chiederei: "Cosa provavi? Era paura, sfida, estasi? Cosa volevi dire alla tua gente?". Perché alla fine, la grande storia è fatta di questi piccoli, grandi gesti di gente comune, di cui spesso non sappiamo neppure il nome, ma che hanno costruito le tradizioni che ancora oggi ci definiscono.
Conclusioni
Quest’ultima risposta riflette perfettamente il tono e i temi centrali del lavoro di Nino. Il tono confidenziale ("Sorride", "Cosa provavi?"), la struttura riflessiva e la domanda retorica finale sono caratteristici dello stile narrativo che usa nella rubrica "Pensieri in Libertà di un Ottuagenario". Uno dei temi centrali, forse il più importante, è l'attenzione alla gente comune (non a santi o contesse), il valore della memoria locale e il tentativo di comprendere i sentimenti alla base delle tradizioni. È un'estensione del suo metodo, che mette in dialogo la storia ufficiale con le voci dei testimoni e dei protagonisti anonimi.